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Dalla punizione alla riparazione: come gli adulti di riferimento possono trasformare l'errore dei bambini in crescita relazionale

26 febbraio 2026 29

La scena educativa e familiare contemporanea è attraversata da una tensione profonda tra due modi di intendere la responsabilità, l’errore e la crescita: da un lato la logica punitiva, radicata in una lunga tradizione culturale che associa il comportamento disfunzionale alla necessità di una sanzione; dall’altro la logica riparativa, che guarda all’errore come a un’occasione relazionale, un varco attraverso cui il bambino può comprendere l’impatto delle proprie azioni e, insieme all’adulto, costruire nuove possibilità. Questa tensione non è solo teorica ma attraversa le case, le scuole, gli studi clinici, i corridoi dei servizi educativi. È una tensione che si manifesta ogni volta che un bambino colpisce un compagno, urla contro un genitore, rifiuta una regola, mette alla prova i limiti, o semplicemente esprime un bisogno che non trova ancora parole e ogni volta l’adulto di riferimento è chiamato a scegliere tra punire o riparare? Controllare o accompagnare? Reprimere o trasformare?

Per comprendere la portata di questa scelta, è utile tornare alle radici psicologiche e antropologiche dei due modelli. La giustizia punitiva affonda le sue origini in una visione del comportamento umano come qualcosa da correggere attraverso la deterrenza: l’errore va sanzionato affinché non si ripeta. In ambito educativo, questa logica si traduce spesso in punizioni, privazioni, time-out, minacce, ricatti emotivi, fino alle forme più sottili di ritiro dell’affetto. È un modello che ha dominato per secoli, sostenuto da una cultura che ha interpretato l’infanzia come un territorio da disciplinare. Autori come Skinner, pur non parlando di punizione in senso morale, hanno contribuito a diffondere l’idea che il comportamento possa essere modellato attraverso rinforzi e sanzioni, in un’ottica di controllo esterno. Ma già lo stesso Skinner riconosceva che la punizione, pur potendo interrompere un comportamento, non costruisce alternative, non insegna, non genera consapevolezza. Produce obbedienza, non responsabilità.

La psicologia dello sviluppo, soprattutto a partire dagli anni ’60 e ’70, ha progressivamente messo in discussione l’efficacia educativa della punizione. Diana Baumrind, con i suoi studi sugli stili genitoriali, ha mostrato come lo stile autoritario, centrato su regole rigide, obbedienza e sanzioni, generi conformità a breve termine ma anche ansia, bassa autostima, scarsa autonomia decisionale. Al contrario, lo stile autorevole, che combina fermezza e calore, limiti chiari e dialogo, favorisce lo sviluppo di competenze socio-emotive, regolazione interna e senso di responsabilità. La differenza tra autoritario e autorevole è, in fondo, la differenza tra punizione e riparazione dove nel primo caso l’adulto impone, mentre nel secondo accompagna.

La giustizia riparativa, applicata al mondo educativo e familiare, nasce invece da un’altra radice: quella relazionale. Autori come Howard Zehr, considerato il padre della restorative justice, hanno mostrato come l’errore non sia solo una violazione di una norma, ma una ferita nelle relazioni. Riparare significa allora ricostruire legami, comprendere l’impatto delle proprie azioni, assumersi responsabilità non per paura della sanzione, ma per riconoscimento dell’altro. Trasportata nel mondo dei bambini, questa prospettiva cambia radicalmente il modo di leggere i comportamenti oppositivi o disfunzionali: non più come atti da reprimere, ma come segnali, tentativi, linguaggi ancora grezzi attraverso cui il bambino comunica un bisogno, una fatica, un’emozione che non riesce a contenere.

La teoria dell’attaccamento di John Bowlby offre un quadro potente per comprendere questa dinamica. Un bambino che si oppone, che sfida, che rompe, spesso non sta “scegliendo” di essere problematico, piuttosto sta cercando un adulto che possa contenere la sua tempesta interna. La punizione, in questo senso, rischia di aggiungere disconnessione alla disconnessione, confermando al bambino che nei momenti di difficoltà l’adulto si allontana. La riparazione, invece, crea un ponte: “Hai sbagliato, sì, ma io resto qui. Possiamo capire insieme cosa è successo”. È un messaggio che costruisce sicurezza, e la sicurezza è la base della regolazione emotiva.

Daniel Siegel e Tina Payne Bryson, con il loro lavoro sulla neurobiologia interpersonale, hanno ulteriormente chiarito come il cervello del bambino sia un sistema in costruzione, profondamente dipendente dalla co-regolazione dell’adulto. Quando un bambino è in uno stato di disregolazione, la punizione non fa che attivare ulteriormente il sistema di allarme, impedendo l’accesso alle funzioni riflessive. La riparazione, invece, attraverso la connessione, permette al bambino di tornare in una finestra di tolleranza in cui può riflettere, comprendere, apprendere. Non è un caso che Siegel parli di “connect and redirect”: prima la relazione, poi la regola.

La giustizia riparativa in ambito educativo non significa assenza di limiti. Al contrario, significa limiti chiari, ma inseriti in un contesto di senso. Significa che l’adulto non rinuncia alla propria funzione normativa, ma la esercita in modo generativo, non punitivo. Significa che l’obiettivo non è far soffrire il bambino per ciò che ha fatto, ma aiutarlo a comprendere, a riparare, a crescere. È una prospettiva che richiede tempo, presenza, capacità di tollerare la frustrazione, e soprattutto la disponibilità dell’adulto a mettersi in gioco. Perché la riparazione non è mai un processo unilaterale bensì coinvolge sempre entrambi.

In questo senso, la giustizia riparativa si intreccia profondamente con le teorie sistemiche e relazionali. Salvador Minuchin, con la sua visione della famiglia come sistema, ci ricorda che il comportamento del bambino non può essere isolato dal contesto. Un atto oppositivo è spesso un sintomo relazionale, un segnale di un equilibrio che si sta rompendo. Punire il sintomo senza guardare al sistema rischia di rinforzare la rigidità, mentre un approccio riparativo permette di esplorare le dinamiche sottostanti, di aprire spazi di dialogo, di rinegoziare ruoli e confini. Anche la prospettiva di Murray Bowen, con il suo concetto di differenziazione, suggerisce che la crescita del bambino passa attraverso la capacità dell’adulto di mantenere una posizione calma e regolata, senza farsi trascinare nella reattività.

La giustizia punitiva, al contrario, spesso nasce dalla reattività dell’adulto. Quando un genitore punisce, non sempre lo fa per un progetto educativo ma invece spesso lo fa perché si sente minacciato, impotente, frustrato. La punizione diventa allora una risposta emotiva, più che pedagogica. È un modo per ristabilire un senso di controllo, per sedare l’ansia, per evitare il contatto con la propria vulnerabilità. In questo senso, la punizione è spesso una scorciatoia, in quanto funziona nell’immediato, perché interrompe il comportamento, ma non costruisce nulla nel lungo termine e soprattutto non aiuta l’adulto a comprendere cosa sta accadendo dentro di sé.

La giustizia riparativa, invece, chiede all’adulto di fare un passo indietro e uno avanti allo stesso tempo, ovvero indietro rispetto alla reattività, avanti verso la relazione. Chiede di sostare nell’errore, di ascoltare, di nominare, di accompagnare. Chiede di riconoscere che l’educazione non è un processo lineare, ma un mosaico dinamico fatto di rotture e ricomposizioni. In questo senso, la riparazione è profondamente narrativa perchè permette di trasformare l’episodio disfunzionale in una storia condivisa, in un’esperienza che acquista senso. Autori come Jerome Bruner hanno mostrato come la costruzione narrativa sia fondamentale per lo sviluppo dell’identità, aiutare un bambino a raccontare ciò che è accaduto, a comprendere le proprie emozioni, a immaginare alternative, significa offrirgli strumenti per diventare autore della propria esperienza.

La riparazione è anche profondamente simbolica. Nella play therapy, ad esempio, l’errore può essere esplorato attraverso il gioco, che diventa uno spazio sicuro in cui il bambino può mettere in scena conflitti, paure, desideri. L’adulto, in questo contesto, non punisce, piuttosto osserva, rispecchia, accompagna. Il gioco permette di trasformare l’atto disfunzionale in un materiale narrativo, in un simbolo che può essere manipolato, compreso, rielaborato. È un processo che richiede sensibilità, presenza, capacità di leggere il linguaggio non verbale, ma è anche un processo che costruisce competenze profonde: empatia, regolazione, mentalizzazione.

Peter Fonagy e il gruppo della mentalizzazione hanno mostrato come la capacità di comprendere gli stati mentali propri e altrui sia una delle competenze più importanti per la regolazione del comportamento. La punizione, soprattutto quando è severa o umiliante, riduce la mentalizzazione accade che il bambino si chiude, si difende, si vergogna. La riparazione, invece, la potenzia: “Cosa hai sentito? Cosa pensavi? Cosa pensi che abbia sentito l’altro?”. Sono domande che aprono spazi, che costruiscono ponti, che trasformano l’errore in apprendimento.

Un altro contributo fondamentale viene dalla psicologia umanistica. Carl Rogers, con la sua idea di accettazione incondizionata, ci ricorda che il bambino ha bisogno di sentirsi visto e accolto anche quando sbaglia. Non significa approvare il comportamento, ma riconoscere la persona. La punizione spesso confonde i due livelli: “Se fai questo, non sei più degno del mio affetto”. La riparazione li distingue: “Il comportamento non va bene, ma tu resti degno di relazione”. È una distinzione che cambia tutto, perché permette al bambino di esplorare l’errore senza sentirsi annientato.

La giustizia riparativa non è un approccio buonista, non è permissività, non è assenza di regole, non è relativismo, al contrario, è un approccio profondamente esigente, perché chiede al bambino di assumersi responsabilità reali. Riparare significa riconoscere l’impatto delle proprie azioni, chiedere scusa, trovare modi concreti per rimediare. Significa che l’adulto non si accontenta dell’obbedienza, ma mira alla consapevolezza. Significa che la relazione non viene usata come leva di controllo, ma come spazio di crescita.

In molte scuole che adottano pratiche riparative, ad esempio, i conflitti vengono affrontati attraverso cerchi di parola, mediazioni, incontri facilitati. I bambini imparano a nominare le emozioni, a riconoscere i bisogni, a negoziare soluzioni. È un apprendimento che va ben oltre la gestione del singolo episodio, ma aiuta a costruire competenze sociali che saranno fondamentali per tutta la vita e soprattutto costruisce un senso di comunità, di appartenenza, di responsabilità condivisa.

In ambito familiare, la giustizia riparativa può assumere forme diverse come un dialogo dopo un litigio, un gesto di riparazione simbolica, un tempo dedicato a ricostruire il legame, una riflessione condivisa su ciò che è accaduto. Può essere un disegno, una lettera, un gioco, una storia inventata insieme. L’importante è che il bambino senta che l’errore non rompe la relazione, ma la attraversa che l’adulto non si ritira, ma resta e che la regola non è un’arma, ma una guida.

La punizione, al contrario, spesso produce effetti collaterali come ad esempio il risentimento, la paura, l’evitamento e le bugie. Il bambino impara a non farsi scoprire, più che a non ripetere il comportamento, impara a temere l’adulto, più che a fidarsi. Impara a obbedire, più che a comprendere e soprattutto impara che l’errore è pericoloso, che va nascosto, che non può essere condiviso. Questo si configura come un apprendimento che limita la crescita, che impoverisce la relazione, che riduce la possibilità di costruire un senso di sé integrato.

La giustizia riparativa, invece, insegna che l’errore è parte della vita, che può essere affrontato, che può essere trasformato. Insegna che la relazione è un luogo sicuro in cui esplorare anche le parti più difficili di sé. Insegna che la responsabilità non nasce dalla paura, ma dal riconoscimento dell’altro è un apprendimento che costruisce autonomia, empatia, resilienza.

Naturalmente, la riparazione non è sempre semplice. Ci sono momenti in cui l’adulto è stanco, frustrato, sopraffatto. Momenti in cui la punizione sembra l’unica via. È importante riconoscere anche questo ovvero la giustizia riparativa non chiede perfezione, ma intenzione, chiede di tornare, ogni volta che si può, alla relazione. Chiede di riconoscere i propri errori, di riparare anche come adulti, perché la riparazione è un processo reciproco: quando un genitore chiede scusa, quando riconosce di aver reagito in modo eccessivo, quando mostra la propria vulnerabilità, offre al bambino un modello potentissimo di umanità.

In questo senso, la giustizia riparativa non è solo un metodo educativo, ma diventa una filosofia relazionale un modo di stare con l’altro, di leggere i comportamenti, di costruire significati. È un invito a trasformare il conflitto in occasione, la rottura in possibilità, l’errore in apprendimento, è un invito a vedere il bambino non come un soggetto da controllare, ma come un essere in crescita, dotato di competenze, bisogni, emozioni, desideri.

Molti autori contemporanei, come Alfie Kohn, hanno criticato apertamente l’uso delle punizioni e delle ricompense, mostrando come entrambi i sistemi siano forme di controllo esterno che non favoriscono la motivazione intrinseca. Kohn parla di “punished by rewards”: anche la ricompensa, se usata come leva, può diventare una forma di manipolazione. La giustizia riparativa, invece, mira a costruire motivazione interna, senso di appartenenza, responsabilità autentica.

Anche la pedagogia di Maria Montessori, pur non parlando esplicitamente di giustizia riparativa, si muove nella stessa direzione per la Montessori il bambino è competente, la relazione è centrale, l’errore è parte del processo. La studiosa parlava dell’errore come di un “amico”, qualcosa che permette al bambino di orientarsi, di correggersi, di crescere. È una visione profondamente riparativa, che vede nell’errore non una colpa, ma un’opportunità.

In conclusione, la scelta tra giustizia punitiva e giustizia riparativa non è solo una scelta educativa, bensì una scelta antropologica, è una scelta su come vediamo il bambino, su come vediamo la relazione, su come vediamo l’errore. È una scelta che ha conseguenze profonde sullo sviluppo, sulla qualità del legame, sulla costruzione dell’identità. La punizione può funzionare nell’immediato, ma lascia spesso ferite invisibili mentre la riparazione richiede tempo, pazienza, presenza, ma costruisce fondamenta solide.

e soprattutto costruisce un messaggio che ogni bambino merita di ricevere: “Quando sbagli, io resto. Possiamo riparare insieme”. È un messaggio che non solo educa, ma cura, che non solo corregge, ma trasforma, che non solo guida, ma accompagna.

A mio avviso il nucleo più vero dell’essere genitori, educatori, figure che accompagnano, si rivela proprio lì dove qualcosa si incrina. È nella scelta di restare presenti quando l’armonia si spezza, nel farsi ponte invece che barriera, nel camminare accanto invece di giudicare. È in quei gesti di ritorno, di ricucitura, che la fiducia prende forma, e da quella fiducia nasce la possibilità stessa di crescere.

 

Dott. Pierluigi Ceccalupo

Psicologo e Psicoterapeuta

 

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