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La causalità circolare di Watzlawick nella Play Therapy per comprendere e modulare i pattern relazionali attraverso il gioco

17 febbraio 2026 46

Integrare la lente sistemica nella Play Therapy significa accogliere un presupposto semplice e importante, ovvero quello che il bambino non è mai un’isola. Ogni suo gesto, ogni simbolo che porta nel gioco, ogni personaggio che sceglie o evita, è parte di una trama più ampia, fatta di relazioni, ruoli, aspettative implicite e tentativi di equilibrio. Paul Watzlawick, psicologo e filosofo austriaco tra i protagonisti del pensiero sistemico, ha dedicato gran parte del suo lavoro a mostrarci quanto le relazioni umane siano tutt’altro che lineari. Secondo lui, ogni sistema – una coppia, una famiglia, un gruppo di lavoro – sviluppa nel tempo dei veri e propri “copioni” di interazione: sequenze che si ripetono, si rinforzano e finiscono per creare circoli da cui è difficile uscire quando sorgono difficoltà. La sua idea di causalità circolare è uno dei contributi più illuminanti in questo senso. Watzlawick ci invita a sospendere la domanda, tanto istintiva quanto sterile, “chi ha iniziato?”. Nelle relazioni, infatti, non esiste un punto zero: ogni gesto è contemporaneamente una risposta a ciò che è accaduto prima e uno stimolo che orienta ciò che accadrà dopo. È un movimento continuo, un circuito di influenze reciproche in cui ciascuno contribuisce, spesso senza accorgersene, a mantenere vivo il comportamento dell’altro.Guardare le relazioni con questa lente significa spostare l’attenzione dal colpevole al processo. Non si tratta più di individuare chi “ha ragione” o chi “ha torto”, ma di osservare come le azioni di una persona si intrecciano con quelle dell’altra, creando pattern che possono irrigidirsi o trasformarsi. È un invito a leggere la dinamica complessiva, a cogliere il ritmo dello scambio, a riconoscere che ogni comportamento ha senso solo dentro la danza relazionale in cui è inserito.

Quando questa prospettiva entra nella stanza di Play Therapy il gioco diventa sia il linguaggio del bambino, ma anche la rappresentazione simbolica del sistema di cui fa parte. Ciò che il bambino mette in scena non è mai soltanto un contenuto intrapsichico ma è un frammento vivo del suo mondo relazionale. Il pupazzo che salva, il mostro che combatte, la famiglia di animali che litiga o si ricompone, il mondo che crea nel vassoio della sabbia tutto parla di lui e, allo stesso tempo, di ciò che accade attorno a lui.  

La causalità circolare ci permette di leggere questi gesti come parte di una danza relazionale. Un bambino che nel gioco assume sempre il ruolo del salvatore potrebbe non solo esprimere un bisogno personale di controllo, ma anche rappresentare un ruolo che ricopre nella sua famiglia, un tentativo di mantenere l’equilibrio in un sistema attraversato da tensioni. Un bambino che mette in scena conflitti tra personaggi potrebbe riprodurre dinamiche genitoriali che osserva quotidianamente. Un bambino che distrugge e ricostruisce ripetutamente una struttura potrebbe esprimere un ciclo familiare di rottura e riparazione.  

La terapia sistemica ci ricorda che ogni comportamento ha una funzione nel sistema. Il sintomo è un messaggio, un tentativo di adattamento. Quando un bambino arriva in Play Therapy con un’etichetta diagnostica: iperattività, oppositività, ansia, ritiro sociale, la lente sistemica ci invita a chiederci non “che cosa c’è che non va in lui?”, ma “che cosa sta cercando di comunicare il sistema attraverso di lui?”.  

Il gioco diventa così un laboratorio di feedback e autoregolazione. I sistemi, come ci insegna Watzlawick, cercano costantemente un equilibrio attraverso meccanismi di feedback. Allo stesso modo, nel gioco il bambino prova, osserva la reazione del terapeuta, modifica, ripete, esplora alternative. Il terapeuta, entrando nella scena di gioco, diventa parte di un sistema temporaneo creato dal bambino. Questo permette di osservare i pattern relazionali che emergono spontaneamente e, allo stesso tempo, di introdurre micro-variazioni che aprono nuove possibilità.  

Il terapeuta non “aggiusta” il bambino, ma diventa un elemento di perturbazione positiva è  un adulto che offre un’esperienza relazionale diversa, sicura, prevedibile e accogliente. Una presenza che può essere interiorizzata e poi generalizzata nel sistema reale.  

Questa integrazione tra Play Therapy e pensiero sistemico diventa particolarmente evidente quando si osserva un caso clinico.  

Luca, 7 anni, viene portato in terapia per “iperattività” e difficoltà a scuola. I genitori lo descrivono come un bambino “sempre in movimento”, “incapace di fermarsi”, “che non ascolta”. La scuola segnala comportamenti oppositivi e difficoltà di concentrazione. La prima seduta rivela un mondo molto più complesso di quello suggerito dall’etichetta. Luca si dirige subito, senza esitare, nelle mensole delle miniature e sceglie un cavaliere e un drago, li porta all’interno del vassoio di sabbia. Il cavaliere combatte senza sosta. Ogni volta che propongo di presentarmi la scena, Luca risponde: “Non posso, se mi fermo succede qualcosa di brutto”.  

In questa semplice frase si apre una finestra sul sistema, osservo un pattern di iperattività anche nel gioco, un ruolo di protettore costante, un’impossibilità di riposo. Nella seconda seduta, Luca introduce un villaggio che il cavaliere deve proteggere. Alla domanda “Chi vive nel villaggio?”, Luca risponde: “La mamma e il papà litigano sempre, il cavaliere deve tenerli lontani”.  

Il gioco rivela ciò che il bambino non può dire con le parole come un conflitto genitoriale, un ruolo di mediatore assunto precocemente, un ciclo di iperattività come tentativo di mantenere l’equilibrio. Il sintomo, letto in chiave sistemica, non è più un problema del bambino, ma un messaggio del sistema.  

Chiedo al bambino se nella scena rappresentata può avere spazio un nuovo personaggio, risponde di si e nel farlo aggiunge il Guardiano del villaggio che può aiutare il cavaliere. Il cavaliere può finalmente sedersi. Questo piccolo cambiamento nel gioco rappresenta una variazione nel sistema simbolico del bambino non deve più essere l’unico a proteggere tutti. Può delegare, può riposare, può fidarsi.  

Parallelamente, il lavoro con i genitori diventa fondamentale. La restituzione non è colpevolizzante, ma ampliativa: il sintomo è un messaggio del sistema, Luca sta cercando di mantenere l’equilibrio, e il sistema può trovare nuove modalità di regolazione. I genitori iniziano un percorso di comunicazione più consapevole, e il sintomo di Luca si riduce progressivamente.  

Questo esempio mostra come la lente sistemica, indossata nella Play Therapy, permetta di vedere il bambino non come portatore di un problema, ma come portavoce di un sistema. Il gioco diventa il luogo in cui il sintomo può parlare, in cui i pattern possono emergere, in cui nuove possibilità possono essere sperimentate.  

Integrare la prospettiva sistemica nella Play Therapy significa riconoscere che il bambino non è mai solo. Il suo gioco è un linguaggio relazionale, un messaggio del sistema, un tentativo di equilibrio. La causalità circolare di Watzlawick diventa una bussola preziosa: ci aiuta a vedere oltre il sintomo, a cogliere i pattern, a introdurre variazioni che possono trasformare non solo il bambino, ma l’intero sistema. È una lente che non sostituisce la Play Therapy, ma la rende più profonda, più ampia, più aderente alla complessità relazionale della vita reale.

 

Dott. Pierluigi Ceccalupo

Psicologo e Psicoterapeuta

 

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