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Lucio non è il problema. La tecnica dei Sei Cappelli per cambiare la comunicazione familiare

7 febbraio 2026 38

Nelle relazioni intime, nelle famiglie, nelle coppie e persino nel rapporto con noi stessi, ci sono momenti in cui la comunicazione sembra incepparsi. Non perché manchi l’amore, la buona volontà o l’intelligenza, ma perché ogni persona porta con sé un modo diverso di guardare il problema. C’è chi parte dai fatti, chi dalle emozioni, chi dai rischi, chi dalle possibilità, chi dalle intuizioni, chi dal bisogno di dare ordine. Quando queste prospettive si sovrappongono senza una cornice, la conversazione si trasforma in un labirinto: si parla tanto, ma ci si capisce poco. Si ripetono gli stessi argomenti, si alzano i toni, si chiudono porte che nessuno voleva chiudere.

La tecnica dei Sei Cappelli Pensanti, ideata da Edward de Bono nel 1985, nasce come strumento per il brainstorming e il processo decisionale nei contesti organizzativi. Eppure, se la si osserva con attenzione, rivela una potenza straordinaria anche nella vita personale. Perché ciò che accade nelle aziende accade anche nelle case: persone diverse che cercano di affrontare insieme un problema, ognuna con il proprio stile di pensiero, ognuna convinta che il proprio modo sia quello “giusto”. La tecnica dei cappelli non chiede di cambiare personalità, ma di separare i piani, di dare un tempo a ogni prospettiva, di creare un ritmo che permetta a tutti di essere ascoltati.

Immagina una coppia che discute da settimane della gestione del tempo libero. Uno dei due sente di non avere abbastanza spazio personale, l’altro teme che questo distacco sia un segnale di allontanamento. Ogni volta che provano a parlarne, finiscono per ferirsi. Uno porta dati e fatti, l’altro emozioni e paure. Uno vede rischi, l’altro possibilità. Uno vuole ordine, l’altro vuole spontaneità. La conversazione si trasforma in un campo di battaglia dove nessuno vince davvero. Eppure, se si introducesse una struttura, se si desse un tempo ai fatti, un tempo alle emozioni, un tempo ai rischi, un tempo alle possibilità, un tempo alla creatività e un tempo alla sintesi, tutto cambierebbe. Non perché il problema sparisce, ma perché diventa affrontabile.

La tecnica dei Sei Cappelli funziona proprio così, ovvero chiede di indossare, uno alla volta, sei modi diversi di pensare. Non si tratta di recitare un ruolo, ma di dare dignità a ogni dimensione dell’esperienza umana. Quando si indossa un cappello, si parla solo da quella prospettiva. Quando si passa al successivo, si lascia andare ciò che è venuto prima. È un modo per evitare che le emozioni invadano i fatti, che il pessimismo soffochi la creatività, che l’ottimismo ignori i rischi, che le intuizioni vengano zittite perché “poco razionali”. È un modo per proteggere la relazione dal caos comunicativo.

Il cappello bianco è il punto di partenza e si inizia dai fatti, dall’obiettività e dalla logica. È il momento in cui si guarda ciò che c’è, senza interpretazioni. Nelle relazioni questo è spesso il passaggio più difficile, perché i fatti vengono confusi con le letture personali. Dire “negli ultimi tre weekend abbiamo discusso dello stesso tema” è un fatto. Dire “tu non mi ascolti mai” è un’interpretazione. Il cappello bianco chiede di distinguere ciò che è osservabile da ciò che è opinione, di riconoscere ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo, di chiederci quali informazioni mancano per capire davvero la situazione. È un cappello che costruisce una base comune, riduce le distorsioni e permette di costruire soluzioni realistiche. Senza questa chiarezza, tutto il resto si confonde.

Poi arriva il cappello rosso, il cappello delle emozioni, della soggettività, dell’istinto. Qui non si spiega, non si giustifica, non si difende: si sente. È un momento prezioso perché nelle relazioni spesso le emozioni vengono giudicate, trattenute o trasformate in accuse. Il cappello rosso invita a dire “mi sento messo da parte”, “ho paura che questo ci allontani”, “sono frustrata e non so perché”. Nessuno deve giustificare ciò che prova. Nessuno deve correggere o rassicurare. È un momento di ascolto puro, che permette di vedere l’altro nella sua interezza emotiva. È un cappello che rivela bisogni, paure, desideri che influenzano profondamente il modo di stare insieme.

Il cappello giallo è la luce che entra nella stanza. Invita a cercare ciò che può funzionare, ciò che può crescere, ciò che può migliorare. Nelle relazioni questo cappello contrasta la tendenza a fissarsi sul problema, apre alla speranza e alla motivazione, aiuta a immaginare scenari migliori. Dire “questa difficoltà potrebbe aiutarci a ridefinire i nostri bisogni” o “se riusciamo a parlarne con calma potremmo capirci meglio di prima” non è ingenuità, ma un modo per ricordare che ogni crisi contiene un potenziale di trasformazione. L’ottimismo del cappello giallo deve essere realistico: non fantasia, ma possibilità concreta.

Il cappello nero è la voce della prudenza. Non serve a criticare l’altro, ma a proteggere la relazione da scelte impulsive o troppo idealizzate. Indossarlo significa identificare rischi e ostacoli, considerare scenari peggiori, valutare le conseguenze. Dire “se continuiamo a evitare questo tema rischiamo di allontanarci” o “questa soluzione potrebbe creare nuovi problemi” non è pessimismo, ma cura. Il cappello nero è prezioso, ma va usato con misura: troppo nero soffoca la creatività. L’obiettivo non è dire “non funzionerà mai”, ma chiedersi come mitigare i rischi.

Il cappello verde è il territorio dell’esplorazione. Qui si sospende il giudizio e si aprono strade nuove. Nelle relazioni questo cappello permette di uscire dai soliti schemi, invita a immaginare alternative non ancora considerate, libera la conversazione dalla rigidità del “si è sempre fatto così”. Dire “e se dedicassimo un’ora a settimana solo a ciò che funziona tra noi?”, “e se riorganizzassimo i compiti domestici come un gioco?”, “e se affrontassimo questo tema durante una passeggiata?” apre possibilità che prima non c’erano. Il cappello verde non cerca la soluzione perfetta ma piuttosto semina idee e alcune delle quali germoglieranno.

Il cappello blu è la regia. Non parla del problema, ma del modo in cui ne parliamo. Serve a definire obiettivi e tempi, mantenere la conversazione sul binario giusto, riassumere ciò che è emerso, decidere i passi successivi. Dire “ricapitoliamo cosa abbiamo capito finora”, “oggi ci concentriamo solo sui fatti e sulle emozioni”, “rivediamo tra due settimane come sta andando” trasforma una discussione in un processo, non in un campo di battaglia. È il cappello che protegge la relazione dal caos comunicativo e permette di trasformare la complessità in un percorso condiviso.

Ed è proprio qui che la tecnica dei Sei Cappelli incontra la comunicazione circolare sistemica. Entrambe si fondano sull’idea che il significato non sia contenuto in una singola frase, ma nel modo in cui le voci si intrecciano, nel ritmo con cui emergono, nella posizione che ogni parola occupa dentro la rete relazionale. La comunicazione sistemica invita a decentrarsi, a guardare il problema da più angolazioni, a riconoscere che ogni sintomo è una risposta relazionale, non un difetto individuale. I Sei Cappelli fanno lo stesso: chiedono di sospendere il giudizio, di esplorare, di dare tempo a ogni voce. In terapia, questo decentramento permette di interrompere le escalation, le polarizzazioni, le alleanze rigide. Nella tecnica dei cappelli, permette di dare voce anche a chi normalmente resta in silenzio. Il figlio che non parla mai può indossare il cappello rosso e dire “ho paura di deludervi”. Il padre che si sente escluso può indossare il cappello nero e dire “se continuiamo così, rischiamo di allontanarci”. La madre che cerca soluzioni può indossare il cappello giallo e dire “potremmo trovare un nuovo equilibrio”. E il terapeuta, con il cappello blu, può guidare il processo, mantenere il ritmo, proteggere la conversazione.

Il pensiero sistemico distingue tra contenuto, relazione, emozione, metacomunicazione. I Sei Cappelli operano una separazione funzionale simile, che permette di evitare sovrapposizioni e confusione tra ciò che si dice e ciò che si sente mentre lo si dice. Questo è particolarmente utile in famiglie dove un membro è portatore del sintomo e gli altri sono osservatori: la tecnica trasforma tutti in partecipanti attivi. Il cappello rosso, in particolare, normalizza la vulnerabilità. Nessuno deve giustificare ciò che prova. Nessuno deve correggere o rassicurare. Si ascolta, e basta. Questo favorisce la regolazione emotiva e la costruzione di fiducia, proprio come accade nei setting terapeutici sistemici.

Il cappello blu è il regista del processo, proprio come il terapeuta sistemico che guida la conversazione senza imporsi. È la metacomunicazione che permette alla famiglia di parlare di come parla, e quindi di cambiare il modo in cui costruisce significati. La comunicazione sistemica non cerca la verità, ma la generatività: cosa produce questo modo di pensare, quali effetti ha sulla relazione, cosa cambia se cambiamo punto di vista. I Sei Cappelli non cercano la soluzione perfetta, ma un campo di possibilità. Il cappello verde, in particolare, è il luogo dove il pensiero si fa generativo, dove si esplorano alternative, dove si sospende il giudizio.

in questa cornice di riferimento il caso clinico di Lucio, a mio avviso diventa illuminante. Lucio ha quattordici anni e da qualche mese si è ritirato in camera, ha iniziato a rifiutare la scuola, passa ore davanti al computer. La madre è preoccupata, teme che stia scivolando in una forma di depressione. Il padre è irritato, convinto che Lucio stia semplicemente “esagerando” e che serva più disciplina. La sorella maggiore, Martina, si sente invisibile in quanto ogni conversazione in casa ruota attorno al fratello. Quando arrivano in seduta, la tensione è palpabile. Ognuno parla sopra l’altro, ognuno difende la propria lettura del problema. È il momento in cui la famiglia chiede aiuto per “il ragazzo”, ma il ragazzo è solo il punto di emergenza di un sistema che non riesce più a comunicare.

Propongo loro di usare i Sei Cappelli come modo per guardare ciò che manifesta Lucio da più angolazioni senza ferirsi. All’inizio sono scettici, ma accettano. Con il cappello bianco, raccolgono i fatti: quando è iniziato il ritiro, cosa è cambiato a scuola, quali comportamenti sono osservabili. È sorprendente vedere come, già in questa fase, emergano informazioni che nessuno aveva mai messo insieme. Con il cappello rosso, arrivano le emozioni, la madre confessa la paura di perderlo, il padre ammette la frustrazione e il senso di impotenza, Martina rivela la sua gelosia e il suo bisogno di essere vista. Lucio, con voce bassa, dice: “Ho paura di deludervi”. È un momento di verità che nessuno aveva mai permesso.

Con il cappello nero, la famiglia esplora i rischi che questa dinamica potrebbe portare come l’isolamento crescente, la perdita di motivazione, nonchè i conflitti interni. Con il cappello giallo, emergono spiragli di fiducia nella possibilità di ricostruire un dialogo, di alleggerire la pressione, di creare nuovi rituali familiari. Con il cappello verde, arrivano le idee creative partendo da un tempo settimanale dedicato a Lucio e Martina insieme, un nuovo modo di organizzare i compiti, un patto familiare per ridurre le critiche e aumentare i momenti di connessione. Infine, con il cappello blu, la famiglia costruisce un piano organizzativo, quindi  chi fa cosa, quando ci si aggiorna, come ci si sostiene.

Non è magia. Non è una soluzione immediata. Ma è un cambiamento di ritmo, di postura, di possibilità. È un modo per dire: “Non sei tu il problema. Il problema è il modo in cui ne parliamo. E possiamo cambiarlo insieme”.

La tecnica dei Sei Cappelli non elimina i problemi, ma li rende affrontabili senza ferirsi. È un modo per prendersi cura delle relazioni attraverso la qualità del pensiero, ma anche un invito a rallentare, a separare i piani, a dare spazio a ogni voce. Infine può rappresenatare un modo per ricordare che non esiste una sola prospettiva giusta, ma un mosaico di prospettive che, se accolte, possono trasformare un conflitto in un’occasione di crescita.

 

Dott. Pierluigi Ceccalupo

Psicologo e Psicoterapeuta

 

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