Dalla famiglia al bambino. La formazione degli introietti.
Quando parliamo di “introietti”, rischiamo di immaginare un concetto tecnico, quasi da manuale, lontano dalla vita quotidiana, eppure gli introietti sono tra le presenze più intime e costanti della nostra esperienza, vivono nella voce con cui ci parliamo, nelle scelte che facciamo senza sapere perché, nelle paure che ci accompagnano da sempre, nei modi in cui amiamo, ci difendiamo, ci avviciniamo o ci ritiriamo; sono, in fondo, le tracce interiori delle relazioni che ci hanno formati. Tracce che non si limitano a raccontare ciò che è accaduto, ma che continuano a modellare ciò che accade oggi. Il termine “introiezione” nasce nella psicoanalisi classica. Freud lo utilizza per descrivere il processo attraverso cui il bambino incorpora aspetti delle figure significative, soprattutto sul piano affettivo e normativo. Melanie Klein ne fa un cardine della sua teoria dello sviluppo: per lei, l’introiezione è un movimento psichico primario, attraverso cui il bambino “porta dentro” oggetti buoni e cattivi, costruendo le prime rappresentazioni interne del mondo. Winnicott, con la sua sensibilità relazionale, suggerisce che ciò che viene introiettato non è solo un contenuto, ma un’esperienza: “Non esiste un bambino senza qualcuno che se ne prenda cura”, scrive, e in quella cura, o nella sua mancanza, si depositano i primi mattoni dell’identità.
Ma cosa significa davvero, nella vita concreta di un bambino, “introiettare”? Significa che un piccolo che cresce in un ambiente dove l’errore è accolto con curiosità e pazienza tenderà a sviluppare una voce interna che gli dice: “Va bene così, puoi riprovare”. Al contrario, un bambino che vive in un clima di giudizio potrebbe interiorizzare un messaggio molto diverso: “Non sei abbastanza, devi fare di più”. Queste frasi non vengono quasi mai pronunciate esplicitamente; spesso sono implicite nei gesti, nei toni, nei silenzi. Eppure diventano parte del tessuto psichico del bambino, come se fossero state scolpite dentro di lui. Gli introietti non sono semplici ricordi, sono modalità di funzionamento, schemi affettivi, mappe relazionali. Bowlby li chiamerebbe “modelli operativi interni”, rappresentazioni che guidano il modo in cui ci aspettiamo che gli altri ci trattino e il modo in cui trattiamo noi stessi. Un bambino che ha introiettato un senso di affidabilità tenderà a fidarsi, a esplorare, a cercare relazioni sicure. Un bambino che ha introiettato paura o imprevedibilità potrebbe diventare ipervigilante, oppure ritirarsi, oppure oscillare tra bisogno e rifiuto.
Pensiamo a una scena semplice. Una bambina di quattro anni rompe un bicchiere, la madre si avvicina e le dice: “Succede, non ti sei fatta male? Vieni, puliamo insieme”. La bambina introietta l’idea che l’errore non è una minaccia, che la relazione resta intatta. Ora immaginiamo la stessa scena, ma con un adulto che reagisce con rabbia: “Ma sei sempre la solita! Guarda cosa combini ogni volta che prendi qualcosa in mano!”. La bambina introietta un messaggio diverso: l’errore è pericoloso, l’amore è condizionato e questo messaggio, se ripetuto nel tempo, può diventare una lente attraverso cui guarderà il mondo.
Gli introietti non sono però solo negativi. Esistono introietti nutrienti, protettivi, generativi. Sono le frasi che ci sostengono nei momenti difficili, le immagini interiori di qualcuno che ci ha voluto bene, la sensazione di poter contare su una base sicura. Winnicott parlerebbe di “madre sufficientemente buona”, non perfetta, ma capace di offrire un ambiente prevedibile, caldo, responsivo. In questo senso, gli introietti sono anche una forma di eredità affettiva ciò che abbiamo ricevuto diventa ciò che possiamo offrire.
La psicologia contemporanea, soprattutto nelle sue declinazioni relazionali e intersoggettive, sottolinea che gli introietti non sono copie delle figure genitoriali, ma costruzioni attive, frutto dell’incontro tra il temperamento del bambino e il mondo che lo circonda. Stern parla di “sintonizzazione reciproca” lo sviluppo non è una linea retta, ma un processo di co-costruzione, questo significa che due fratelli, pur crescendo nella stessa famiglia, possono introiettare messaggi molto diversi. A questo punto, la prospettiva della Gestalt aggiunge una sfumatura fondamentale. Per Perls, Hefferline e Goodman, l’introiezione non è solo interiorizzazione è un’esperienza non digerita, un pezzo di mondo che il bambino ha dovuto ingoiare senza poterlo masticare, trasformare, scegliere. Perls usa una metafora potente: “Gli introietti sono come cibi non masticati: restano lì, pesanti, indigeriti, e impediscono la crescita”. L’introietto, in questa visione, è un’interruzione del processo di contatto, qualcosa entra, ma non viene assimilato. Il bambino lo accetta per sopravvivere, per appartenere, per non perdere il legame.
La Gestalt non considera l’introiezione patologica in sé, in quanto è una funzione naturale. Il problema nasce quando l’introietto diventa rigido, quando non viene mai rielaborato, quando impedisce al soggetto di sviluppare un senso autentico di sé. Un bambino che introietta “non arrabbiarti” potrebbe diventare un adulto che non riconosce la propria rabbia, un bambino che introietta “non disturbare” potrebbe crescere con la sensazione di dover vivere in punta di piedi, ed è proprio qui che il contributo di Violet Oaklander diventa prezioso. Oaklander, pioniera della Gestalt Therapy con i bambini, ha mostrato come gli introietti si manifestino nel corpo, nel gioco, nel disegno, nella voce, nel modo in cui il bambino occupa lo spazio. Per lei, il lavoro terapeutico non consiste nel “parlare degli introietti”, ma nel farli emergere attraverso l’esperienza, nel renderli visibili, tangibili, trasformabili. “Il bambino perde pezzi di sé per sopravvivere”, scrive. E questi pezzi perduti sono spesso proprio gli aspetti che gli introietti hanno soffocato: la rabbia, la gioia spontanea, la curiosità, la capacità di dire no.
Il suo approccio è profondamente esperienziale in quanto attraverso il gioco, il movimento, il contatto con materiali sensoriali, il bambino può recuperare parti di sé che erano state silenziate. Un bambino che ha introiettato “non fare rumore” può scoprire la potenza della propria voce, un bambino che ha introiettato “non essere arrabbiato” può trovare nel disegno o nella creta un modo sicuro per esprimere la sua energia, ancora un bambino che ha introiettato “non chiedere” può sperimentare la possibilità di desiderare, di scegliere, di dire “voglio”.
La terapia, in questa prospettiva, diventa un luogo dove il bambino può “masticare” ciò che ha ingoiato troppo presto. Può esplorare i messaggi ricevuti, sperimentare alternative, scoprire che esistono modi diversi di essere in relazione. Oaklander non lavora per eliminare gli introietti, ma per restituire al bambino la possibilità di scegliere: “Questo lo tengo, questo lo lascio, questo lo trasformo” è un processo di riappropriazione del sé, di riattivazione della spontaneità, di riconquista della vitalità.
Su questa linea la terapia sistemica familiare offre un ulteriore livello di profondità. La prospettiva sistemica ci ricorda che l’individuo non è mai separabile dal sistema di relazioni in cui è immerso e ciò che chiamiamo “introietto” non è solo un contenuto psicologico interiorizzato, ma un pezzo di una danza familiare, un pattern relazionale che il bambino assorbe perché è funzionale all’equilibrio del sistema. Minuchin, Bowen, Boszormenyi‑Nagy e Selvini Palazzoli hanno mostrato come i bambini non introiettino semplicemente messaggi, ma ruoli, lealtà invisibili, miti familiari, regole implicite. In altre parole, ciò che il bambino “porta dentro” non è solo ciò che gli viene detto, ma ciò che serve alla famiglia per mantenere la propria coesione. In una famiglia dove il conflitto è temuto, il bambino può introiettare il messaggio “non arrabbiarti”, non perché qualcuno glielo abbia detto esplicitamente, ma perché la sua rabbia destabilizzerebbe un sistema già fragile. In un’altra famiglia, dove uno dei genitori è emotivamente assente, il bambino può introiettare “devo essere forte”, perché quel ruolo gli permette di mantenere l’equilibrio familiare. La terapia sistemica ci invita a vedere gli introietti come adattamenti intelligenti, risposte creative del bambino a un contesto relazionale complesso, non sono errori, ma strategie, non sono difetti, ma forme di appartenenza. Bowen parlerebbe di fusione emotiva, ovvero il bambino interiorizza emozioni e convinzioni che non sono sue, ma del sistema. Minuchin parlerebbe di confini dove gli introietti rigidi nascono spesso in famiglie con confini troppo diffusi o troppo rigidi. Boszormenyi‑Nagy parlerebbe invece di lealtà nel momento in cui il bambino può introiettare il bisogno di essere “buono”, “bravo”, “responsabile” per ripagare un debito affettivo invisibile. L’approccio sistemico aggiunge un altro elemento prezioso, ovvero gli introietti non appartengono solo al bambino, ma alla storia familiare, sono spesso transgenerazionali. Una madre che ha introiettato “non disturbare” può trasmettere lo stesso messaggio alla figlia, non per volontà, ma per continuità, oppure un padre che ha introiettato “devi essere forte” può crescere un figlio che non si permette fragilità.
In questo senso, la terapia sistemica non si limita a lavorare sul bambino, ma sul sistema, quindi lavorare sulle comunicazioni, sulle aspettative, sui ruoli, sui miti familiari. Quando il sistema cambia, anche gli introietti possono trasformarsi e qui la terapia sistemica si integra con la Gestalt e con Oaklander, se la Gestalt lavora sull’esperienza immediata del bambino, la terapia sistemica lavora sul contesto che genera quell’esperienza. Se Oaklander aiuta il bambino a recuperare parti di sé, la sistemica aiuta la famiglia a creare uno spazio dove quelle parti possano essere accolte. Gli introietti, dunque, sono potenti, ma non immutabili, possono essere riconosciuti, esplorati, trasformati. La consapevolezza è il primo passo: accorgersi che quella voce interiore che ci critica non è “la verità”, ma un antico eco; che quella paura di sbagliare non è un destino, ma un apprendimento; che quel bisogno di compiacere non è un tratto caratteriale, ma una strategia di sopravvivenza. La psicoterapia, soprattutto nelle sue declinazioni relazionali, offre uno spazio per rinegoziare gli introietti disfunzionali. Kohut parlerebbe di esperienze correttive dove il terapeuta diventa un nuovo oggetto-sé, capace di offrire un modello interno alternativo. Ma gli introietti non si formano solo nella famiglia o in terapia. La cultura, la scuola, i pari, i media contribuiscono a costruire un paesaggio interiore fatto di aspettative, norme, ideali. Un adolescente che cresce in un contesto dove “essere forti” significa non chiedere aiuto potrebbe introiettare un modello che lo porterà, da adulto, a soffrire in silenzio. Una ragazza che vive in un ambiente dove il valore personale è legato all’apparenza potrebbe sviluppare un introietto che la spinge a misurarsi continuamente con standard irraggiungibili.
La famiglia, tuttavia, resta il primo laboratorio degli introietti è lì che il bambino impara cosa significa essere amato, cosa significa essere triste, cosa significa essere sé stesso, è lì che scopre se le emozioni possono essere espresse o devono essere nascoste, se i bisogni sono accolti o ignorati, se la relazione è un luogo sicuro o un campo minato. Tutto questo diventa parte della sua identità.
Per chi legge, può essere interessante fermarsi un momento e chiedersi: quali sono gli introietti che guidano la mia vita? Da dove vengono? Sono ancora utili, o appartengono a un tempo che non esiste più? Quali messaggi ho interiorizzato senza accorgermene? E quali nuovi messaggi potrei offrire a me stesso, o ai bambini che incontro nel mio lavoro, nella mia famiglia, nella mia comunità? Forse la domanda più importante è questa: quali introietti voglio lasciare in eredità? Perché ogni relazione è un’occasione per seminare qualcosa nella psiche dell’altro e ogni seme, anche il più piccolo, può diventare una voce interiore che accompagnerà qualcuno per tutta la vita.
Dott. Pierluigi Ceccalupo
Psicologo e Psicoterapeuta